di Alexandra Toso

Nei giorni scorsi, rapper come Sayf, Guè, Marracash, Arti5ive e molti altri si sono espressi sui social riguardo le violenze che hanno coinvolto migliaia di ragazzi a Milano nel weekend del 17-18 ottobre.
Testate giornalistiche, programmi televisivi e utenti dei social da tutta Italia hanno fatto presto a esprimersi sulle guerriglie e sui disordini che hanno sconvolto Milano, ma, oltre ai video delle violenze, ciò che più ha attirato l’attenzione sono state le parole dei rapper italiani. Guè, Sayf, Ghali Nayt, 22simba, Fedez e Marracash: molti di questi artisti sono originari della periferia milanese e hanno opinioni contrastanti riguardo le violenze e i disordini scoppiati nella città.
Marracash, rapper 47enne tra i più influenti e ascoltati, si è espresso per ultimo sui social, ma le sue parole hanno avuto l’influenza maggiore sull’opinione dei giovani. Dopo gli scontri a Milano, Marracash ha scritto sui social che “con le buone non cambi le cose”, e “aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio”.

L’artista ha poi aggiunto che “le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita. Ecco da che parte sto. Un anno fa da un palco dicevo che il potere capisce solo il potere e che è ora che il popolo mostri il proprio”.
Uno dei primi personaggi famosi a criticare le parole del rapper è stato Fedez, che, pur essendo cresciuto nell’hinterland milanese e avendo confermato che lì esiste “quella frustrazione”, non appoggia ciò che hanno fatto i ragazzi né i commenti dei suoi colleghi a riguardo. “Siamo noi che andiamo alle sfilate, postiamo gli orologi di lusso, i viaggi e i vestiti”.

“Alla fine della giornata il vostro rapper preferito tornerà in prima fila alle sfilate di Louis Vuitton”, continua Fedez, “e voi, dall’altra parte della vetrina, non vi accorgerete nemmeno che ad alimentare quell’odio di classe, in parte, è stato anche lui. Siamo stati anche noi”.
Artie 5ive ha seguito la scia di Fedez, invitando gli artisti italiani e, soprattutto, gli adulti a prendersi la responsabilità collettiva della violenza dei giovanissimi: “Abbiamo insegnato ai ragazzi a distruggere e questo è il risultato. Mettiamoci tutti una mano sulla coscienza”. Artie5ive ha risposto a chi si è lamentato dei disagi a Milano: “Siete privilegiati se vi lamentate di non poter prendere i mezzi o di non poter fare aperitivo”, riferendosi a chi sui social ha manifestato malcontento per le strade chiuse e i controlli, “perché nel mondo reale si lotta ogni giorno per arrivare a fine giornata”.
Altri artisti della scena italiana hanno poi seguito l’onda di Marra. Il genovese Sayf ha scritto nelle sue storie di Instagram che “la violenza delle manifestazioni non è e non sarà mai paragonabile alla violenza con cui si permettono di togliere dignità alle vite delle persone”, riferendosi al genocidio in Palestina. Sayf ha anche condannato la “classe dirigente degenerata” e ha sostenuto che la polizia si infiltri tra i manifestanti per provocare scontri e istigare comportamenti violenti. I pensieri del cantante sono molto audaci, ma in parte basati sulle denunce che circa 40 persone hanno fatto tramite la piattaforma di denuncia delle violenze inflitte ai manifestanti dalle forze dell’ordine “HubForDefenders”, promossa da molti gruppi di attivismo e organizzazioni come Amnesty, Antigone, Greenpeace e molte altre. Nayt, altro cantante molto seguito, ha affermato che “siccome in questo mondo viviamo tutti insieme, a un certo punto se non vedi l’altro, l’altro ti entrerà in casa per farsi vedere”, aderendo all’idea che l’unico modo per i giovani di farsi sentire è tramite la distruzione e la violenza.
Ghali, invece, cresciuto in un altro dei quartieri della periferia milanese, Baggio, ha detto che bisogna distinguere tra chi usa la violenza e chi manifesta pacificamente per i propri diritti. Ha invitato a non perdere di vista le ragioni delle proteste, e ha invitato i ragazzi a continuare a lottare. Fanno riflettere anche le parole di 22simba, che ha scritto sui social: “Macchiare una guerra così giusta con dell’odio rafforzerà solo il nostro comune nemico”, riferendosi alla battaglia che le ragazze e i ragazzi italiani portano avanti ormai da anni per una vita lavorativa meno faticosa economicamente, per il caro vita, per la crisi del sud del nostro Paese e tutte gli altri motivi di protesta.

In effetti, quando i gruppi di ragazzi hanno invaso e distrutto il centro di Milano in un’esplosione di rabbia, si sono verificati fermi e violenze da parte delle forze dell’ordine; solo il 18 ottobre 4 minorenni sono stati affidati a delle comunità e 2 diciottenni arrestati. Per molti giovani, una manifestazione di violenza e distruzione così grande indica che non hanno nulla da perdere, ma in realtà non è così. Una lotta così violenta ha effettivamente portato a un miglioramento di una vita già difficile? No. No, e non ne è valsa la pena per tutti i ragazzini soli e in una situazione di disagio, che sono solo più arrabbiati di non aver ottenuto una risposta positiva alla loro richiesta di cambiamento.
Purtroppo, le rivendicazioni dei giovani in piazza sono generiche e prive di un obbiettivo e proposte concrete. Il governo ha risposto alle proteste invocando più controlli, più misure di sicurezza e reagendo in modo sempre più aspro alle richieste, facendo di tutta l’erba un fascio: i giovani che hanno distrutto i negozi non sono quelli che lottano per delle condizioni e un futuro migliori.
In primis i social media, poi le testate giornalistiche e i servizi televisivi sono responsabili: anziché guardare oltre al metodo usato dai ragazzi per esprimere la loro sofferenza, se ne è fatto il fulcro della situazione, confondendo le violenze messe in atto dai ragazzi con i problemi che vogliono risolvere. Il problema delle “manifestazioni” violente è proprio questo: la rabbia di una generazione intera diventa una lotta senza un obbiettivo comune e, soprattutto, concreto, e si rischia di perdersi nel “tutti contro tutti”: giovani contro giovani, adulti contro ragazzini, governo contro popolo e così via. Le manifestazioni sono uno dei simboli più importanti della democrazia e del potere che abbiamo, in quanto popolo, di cambiare le cose, e per questo vanno fatte e devono essere sempre più partecipate, ma in modo pacifico e aperto al dialogo.

La violenza è un messaggio al quale si può rispondere solo con altra violenza, non lascia spazio al dialogo. Tramite le associazioni, i gruppi di attivismo, le istituzioni e i giusti mezzi si può arrivare al cambiamento, ma solo se si è uniti e si dialoga con una proposta concreta.
È facile per noi giovani perdersi nello sconforto di tutto quello che nel mondo va male nella nostra vita quotidiana quanto nella quotidianità di persone lontane da noi, ma non è fomentando l’odio e la violenza che otterremo un miglioramento.
Fonti:
https://www.ilpost.it/2026/10/21/rapper-opinioni-disordini-milano-marracash-fedez
