di Chiara Corbetta e Michela Perego

Da lunedì 28 settembre, nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, compreso il “nostro” Auditorium di Casatenovo, è stato proiettato il docufilm NAZA, dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor, che, a settembre, ha vinto l’importante “Premio Speciale della Giuria” alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Fin dal titolo si può comprendere quale ne sia il tema centrale: esso, infatti, fa riferimento all’identico acronimo militare – dall’ebraico nezek agavi, ossia “danno collaterale” – utilizzato per indicare il numero preventivato di vittime civili, tra cui donne e bambine, di un bombardamento; numero considerato – se mai si possa affermare una cosa del genere – “accettabile” dall’IDF. Il lungometraggio, tramite testimonianze anonime di soldati e membri dell’intelligence israeliana, ripercorre le terribili modalità con cui venivano programmati gli attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, le tecnologie usate per individuare e sorvegliare i futuri bersagli o anche la sensazione descritta dagli stessi cecchini “di sentirsi in un videogioco”.
La prof. Francesca Corbetta, in sala con noi quel lunedì sera, fa notare con grande perplessità come “i militari-testimoni raccontassero il meccanismo degli attacchi israeliani come se fosse una cosa totalmente normale, un lavoro normale”. Il prof. Pietro Crippa, anch’egli in sala, ha affermato che “nonostante il ritmo dell’azione sia praticamente assente, si rimane con il fiato sospeso per 80 minuti”.
I registi hanno voluto inserire una serie di brevi pause nel documentario, poiché l’effetto di ciò che si ascolta è violento: le parole appena pronunciate dai soldati-testimoni, infatti, non finiscono nel vuoto, ma rimbombano senza tregua nelle menti degli spettatori, o meglio, degli ascoltatori. NAZA ti lascia il tempo per accusare il colpo, ti lascia il tempo necessario per capire che le atrocità raccontate sono state commesse veramente: quei pochi secondi di silenzio “sono un invito a realizzare nel pensiero quello che l’orecchio ha appena udito e che il cervello fa fatica ad ammettere come possibile”, prosegue il prof. Crippa.
La prof. Corbetta, invece, è rimasta particolarmente colpita da “come il terribile racconto dei militari e membri dell’intelligence israeliana si svolgesse sullo sfondo di riprese notturne di una Tel Aviv bellissima, con luci e palazzi che incantavano, e, soprattutto, con persone che, dietro ognuna di quelle luci e di quelle finestre, andavano avanti tranquillamente con la propria vita.” Il confronto che emerge tra Tel Aviv, durante tutta la proiezione, e Gaza, negli ultimi minuti, è destabilizzante: “forse i registi, con questa scelta”, si chiede la prof. Corbetta, hanno voluto mettere in risalto come migliaia di persone di Gaza non possano più vivere momenti così, dal momento che non ci sono più, né i palazzi né, soprattutto, loro stesse?”

Il docufilm si conclude con un brusco cambio di prospettiva: se fino a quel momento i registi avevano, infatti, scelto di “mantenere le distanze”, non mostrando mai direttamente la Striscia di Gaza, ma concentrandosi, invece, sui grattacieli di Tel Aviv e sui suoi abitanti, negli ultimi minuti la videocamera si sposta a Gaza, in pieno giorno, dove un uomo cerca disperatamente il proprio figlio tra le macerie. Questa è l’immagine che Yuval Abraham e Rachel Szor hanno voluto lasciare: i “NAZA” non sono semplicemente “vittime civili preventivate”, sono uomini, donne e bambini. Come riferisce la prof. Corbetta, al termine della proiezione, “la sala era immersa in un silenzio carico di orrore, tristezza e anche incredulità di fronte a quello che si era appena visto e ascoltato, che ha sicuramente indotto ogni spettatore a riflettere.”
Un prodotto cinematografico di tale portata non sarebbe certamente potuto passare in sordina. Le reazioni, infatti, sono state le più diverse: da chi, guardandolo, l’ha trovato una denuncia necessaria delle atrocità avvenute nella Striscia di Gaza, a chi invece l’ha criticato, ritenendo che non debba essere necessario ascoltare il punto di vista dei carnefici per credere a quello delle vittime. Reazioni ancora più forti sono venute, come ci si sarebbe potuto aspettare, dallo stesso governo israeliano: molte figure politiche importanti, come il ministro della cultura Miki Zohar, hanno condannato pubblicamente l’opera e proposto la revoca della cittadinanza ai due registi, che sono stati accusati di tradimento e che hanno anche ricevuto minacce di morte da gruppi di estrema destra.
Un’altra notizia scioccante, emersa negli ultimi giorni, è l’annuncio di un contro documentario, dal titolo NAZA: The Real story, nato con l’obiettivo dichiarato di contestare le testimonianze del film di Abraham e Szor. Si tratta di un prodotto diretto dal tenente colonnello dell’IDF Roi Danino, Hagai Gutman e Ariel Averbuch, con testimonianze di ufficiali e comandanti dell’esercito israeliano che mirano a costruire una versione alternativa sullo svolgimento delle operazioni a Gaza, mostrando la presenza di membri di Hamas senza uniformi e in aree civili, parlando della catena di autorizzazioni che precedeva i bombardamenti e di come Israele inviasse aiuti umanitari che poi venivano “catturati con la forza” da Hamas. Proprio come in NAZA, il contro documentario usa interviste notturne sui tetti di Tel Aviv: in esso, però, l’esercito israeliano viene descritto come “il più virtuoso del mondo”.

Se non lo avete ancora fatto, andate a vedere il vero NAZA, “un documentario – come ha affermato il prof. Crippa – in grado di mostrare il valore del giornalismo investigativo, dal rigore deontologico, e capace di scavare ben al di sotto della superficie”. E, si spera, anche di scuotere tante coscienze.

Francesco Bonfanti
“Naza” testimonia il naufragio della dimensione etica di noi umani. Ringrazio le autrici del pezzo, la prof. Corbetta e il prof. Crippa. Spero che quando si aprirà l’accesso al documentario si riesca a organizzare una proiezione ad accesso libero di “Naza” per docenti e studenti.